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"Ciao Sonia,
ti scrivo perché qualche giorno fa abbiamo pubblicato un post di segnalazione per blog e siti che ci sembrano meritevoli e abbiamo incluso "Blog sul cane e i cuccioli..."
Giuseppe Pastore, redazione di Pet Magazine

martedì 26 maggio 2009

NON ABBANDONIAMOLI : Parliamo del fenomeno dei cani randagi


SI FA PRESTO A DIRE RANDAGIO....
C'è randagio e randagio. I cani abbandonati, infatti, hanno comportamenti e reazioni molto diverse rispetto al rapporto che li lega all'uomo, tanto che l'OSM (Organizzazione Mondiale della Sanità), ha redatto una precisa classificazione che poggia su due parametri: la dipendenza dall'uomo per il cibo (dipendenti, semidipendenti, indipendenti) e il grado di controllo esercitato dall'uomo sui loro movimenti e sulla riproduzione (controllati, parzialmente controllati, incontrollati). Ecco quindi tre categorie distinte di cani padronali, cani randagi, cani inselvatichiti. Quest'ultimi sono le seconde o terze generazioni di quelli abbandonati, che hanno ormai perso qualsiasi contatto con l'uomo (di dipendenza alimentare e affettivo), che hanno subito una selezione da cui sono sopravvissuti solo gli esemplari più grossi, robusti e determinati. Insomma, quelli potenzialmente pericolosi. Ma non basta. A questi si aggiungono altre sotto categorie derivanti da ulteriori variabili, come per esempio i cani da lavoro. Quest'ultimi, infatti, subiscono sempre più spesso le conseguenze della trasformazione dell'attività pastorale, abbandonata e marginale, affidata ormai a personale inesperto e improvvisato che si adatta a quel lavoro sconosciuto per necessità di sopravvivenza. Uomini e ragazzi stranieri si ritrovano abbandonati in montagna, spesso in condizioni precarie, a dover governare greggi e cani. Si sopperisce così l'imperizia con la quantità e dove sarebbero sufficienti due o tre cani da pastore addestrati, se ne utilizzano 15 o 20 impreparati. Inoltre, questi animali si ritrovano ad essere maltrattati e malnutriti e si trasformano facilmente in predatori per motivi di sopravvivenza.
Un vero e proprio pericolo per chi pratica trekking, mountain bike o gite a cavallo. E poi ci sono gli «ibridi», cioè quei cani che sono la prole fertile di un accoppiamento con il lupo. Sembrano lupi, ma nel loro DNA ci sono geni di cane (fenomeno peraltro gravissimo per la conservazione dell'animale selvatico] e possono essere docili, ma anche viceversa: somigliare a cani ed essere aggressivi come un lupo. I randagi di città sono quelli che trovano più facilmente cibo (cassonetti e discariche) e riparo per la notte, mentre i cani padronali -liberi di girovagare, ma certi di poter tornare al proprio ricovero protetto - sono quelli che provocano maggiori danni alla fauna selvatica: rincorrono le potenziali prede solo per gioco, senza preoccuparsi di disperdere energie perché sanno che a casa li attende un pasto sicuro. Al contrario, gli esemplari inselvatichiti (o i lupi) non perdono inutilmente tempo e risorse, quando iniziano la caccia sono determinati e pericolosi, perché se il tentativo di predazione fallisce, sanno di non avere possibilità di reintegro per le energie disperse.
«Nel randagismo il cane è libero di stare in un territorio e di prenderne possesso - dice Roberto Marchesini, Direttore della Scuola di Interazione Uomo-Animale (SIUA) - vale a dire che il suo status è strutturale, non contingente come nel cane vagante. Il randagio si organizza in comunità di convivenza, dove cioè non si attivano vere e proprie dinamiche di branco, allorché i resti di cibo sono abbondanti e l'ambiente è molto frequentato: strade, stazioni, piazze, porti. In questi casi vediamo i cani stazionare per lungo tempo semiaddormentati in un posto e vagare elemosinando cibo. Al contrario assistiamo alla formazione di veri e propri branchi, organizzati in squadre e concertati, nelle zone poco frequentate, per esempio discariche, aree rurali, zone costiere, periferie, e qui ci troviamo di fronte a situazioni più pericolose perché il gruppo agisce insieme ed è portato a difendere un territorio e a mettere in atto delle prassi che ricordano la predazione. Non ci troviamo ancora di fronte a un vero e proprio rinselvatichimento e tuttavia il gruppo ha già formato una sua struttura sociale chiusa che
può vedere con ostilità tutti gli altri e rispondere con aggressione ogni volta che incontra una persona o un altro cane lungo la sua strada. Questi cani vivono di espedienti e spesso sono oggetto di maltrattamento da parte dell'uomo: vengono scacciati a sassate, subiscono violenze di ogni tipo e non di rado atti di sadismo, devono provvedere a loro stessi in regimi alimentari di estrema sussistenza. Non ci dobbiamo meravigliare se a lungo andare questi branchi assumono atteggiamenti di diffidenza o possono mettere in atto comportamenti di aggressione verso le persone. L'aspetto inquietante del cane randagio è che non presenta la distanza di fuga dall'uomo tipica dell'animale selvatico, ma nello stesso tempo si comporta verso l'uomo con comportamenti che possono sfociare nella conflittualità, quindi si tratta di animali estremamente pericolosi. Orbene non confondiamo il cane randagio, organizzato o meno in un branco, con il cosiddetto "cane di quartiere" poiché quest'ultimo è a tutti gli effetti un animale accudito dall'uomo, anche se da un gruppo allargato di persone e presenta una socializzazione ottima per cui è spesso molto meno problematico del cane di proprietà. Il cane di quartiere è abituato a considerare l'uomo una fonte di eventi gradevoli, quindi non sviluppa atteggiamenti ostili. Il fenomeno del randagismo va combattuto con estrema tempestività agendo sulla sterilizzazione, sull'accalappiamento, ma soprattutto intervenendo sui comportamenti umani che fanno da serbatoio di randagismo, primi fra tutti la scarsa responsabilizzazione dei proprietari e la mancata microchippatura. Non dobbiamo inoltre confondere queste situazioni con il cane rinselvatichito propriamente detto, dove assistiamo a un progressivo allontanamento del soggetto dalla comunità umana e l'acquisizione di comportamenti che sempre di più ricordano quelli del progenitore selvatico, dando luogo sovente a incroci con i lupi.
Questi cani hanno comportamenti predatori verso il selvatico e verso le pecore, ma tendono a sfuggire accuratamente l'interazione con l'uomo. Un altro aspetto da non equiparare è il rischio di morsicatura a opera dell'animale di proprietà da quello del cane randagio. Nel caso del cane di proprietà è indispensabile agire con azioni di profilassi comportamentale, soprattutto in età evolutiva, attraverso interventi come le puppy class che favoriscono la socializzazione.
Nel secondo caso occorre intervenire come ho detto per sottrarre i cani dal territorio perché purtroppo il tipo di vita che giocoforza sono costretti a condurre determina gli esiti comportamentali che conosciamo».

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